Gaetano Quagliariello

Idee

Relazione introduttiva agli Incontri di Norcia 2014 organizzati da Fondazione Magna Carta

L'appuntamento di Norcia nasce nel 2005, in un contesto culturale e geopolitico di svolta epocale e mondiale. Quando, cioè, le conseguenze dei tragici eventi dell'11 settembre 2001mettono in discussione in modo radicale alcuni capisaldi della cultura politica occidentale, consolidatisi nel tempo al punto da trasfondersi nel senso comune.

Schematicamente, potremmo affermare che i capisaldi culturali che richiedono di essere revisionati attengono al campo di ciò che è più profano – la politica di potenza –, e di ciò che ha, invece, parentela stretta col sacro: la religione e il suo precipitato culturale.

Nell'ambito della politica di potenza, si fanno i conti con la definitiva smentita di quella che nel corso di un decennio aveva rappresentato un'insistita illusione: che la fine della Guerra Fredda e la sconfitta del comunismo avesse comportato anche la fine del conflitto internazionale volto a un obiettivo finalistico e palingenetico. In tal senso, qualcuno parlò persino di "fine della storia".

Ben oltre lariconsiderazione della nozione di "scontro di civiltà", che già da tempo era stata introdottanel dibattito culturale da Samuel Huntington, ci si doveva allora confrontare con una modifica fondamentale negli equilibri mondiali, conseguenzadella fine della guerra fredda ma che, più specificamente, riguardava il Medio Oriente e il mondo islamico in particolare.

Nell'ultima fase della guerra fredda, infatti, l'Unione Sovietica ha rappresentato una frattura oggettiva all'interno dell'islamismo. La sua stessa esistenza provocava una scissione tra la componente più laica, tradizionalmente alleata dell'Unione Sovietica attraverso la corrente baathista, e la componente più integralista, che invece aveva individuato nell'Urssinvasore dell'Afghanistan ilnemico da abbattere, al punto da ritenere poi di avere avuto un ruolo fondamentale nella sua distruzione.

Quando, però, l'Unione Sovietica implode, assieme a lei sparisce anche quella frattura all'interno del mondo islamico. Le aspettative geopolitiche della sua componente più integralistasi saldano con le tradizionali propensioni di politica estera della sua parte più laica, finendo con l'individuare negli Stati Uniti un nemico comune.

Questa trasformazione è al fondo della comprensione dell'11 settembre e di quanto accade dopo. E il ripensamento è più profondo di quanto possa apparire, nel mondo laico ma anche nella Chiesa.

Con i modi e i tempi propri di questa istituzione secolare, infatti, sono quelli anninei quali si avvia una riconsiderazione delle modalità di relazione con le altre religioni – che in alcuni casi si erano spinte fino al limite del sincretismo –, e correlatamente si rafforza una riflessione sugli effetti del relativismo su una religione rivelata come la religione cattolica.

Il convitato di pietra di tutto ciò è l'Occidente. Investito dai cambiamentinella sfera del sacro non meno che in quella del profano, esso si trova a dover fare i conti con le sue radici e da questo confronto nascono fenomeni che solo pochi anni prima sarebbero stati difficilmente immaginabili.

Il primo, forse il più evidente,ha a che vederecon una nuova ondata di spiritualità che trova una sua traduzione anche politica e che finisce per contraddire definitivamente il paradigma,ritenuto a lungo invincibile,della progressiva secolarizzazione del mondo. Questo fenomeno ha una dimensione di massa negli Stati Uniti laddove sul Vecchio Continente anima, al più, delle minoranze creative.

Questo fenomeno, soprattutto,ha una traduzione politica differentenei due alveoli del cuore occidentale. Tale differenza si manifesta in tutta la sua evidenza al momento della guerra in Iraq: anima una volontà di reazione in America; si traduce in pacifismo in Europa. Da qui scaturisce la formula che contrappone Marte a Venere.

Da questa dicotmia, ben oltre la coerenza di una formula ben riuscita, scaturisce un altro fenomeno difficilmente prevedibile: la rottura politica più profonda che l'Europa abbia mai conosciuto. Quella che porta al fallimento della Costituzioneeuropea, proprio quando la moneta unica aveva spinto più avanti il processo di unificazione e sembrava che il varo di una Costituzione, a quel punto necessaria, fosse a un passo.

L'asse franco-tedesco finisce allora di rappresentare l'asse portante dell'Europa geopolitica, nel senso che esso non detta più in modo scontato la linea e non riesce più a riassumere politicamente ricchezze e contraddizioni del Vecchio Continente.
Sono questi gli anni nei quali, sul tradizionale asse America-Gran Bretagna, s'innescano rapporti transatlantici più forti che riguardano potenze dell'area euro-meridionale (Italia, Spagna, Portogallo). E se questa dinamica appare come contingente, perché strettamente connessa alle occasionali maggioranzepolitiche in quei tre Paesi, la realtàdei Paesi dell'Europa post-sovietica entrati in Europa con l'allargamento, indisponibili a qualsiasi linea di politica estera che preveda una rottura della solidarietà occidentale con gli Stati Uniti, a una lettura retrospettiva sembra un dato meno provvisorio e più strutturale.

In grande sintesi, questo è il contesto politico-culturale dal quale prendono avvio gli incontri di Norcia.

Questipossono definirsi una riflessione aperta tra persone che partendo dall'ideatocquevillianadi spazio pubblico – per la quale la laicità dello stato non coincide con una netta divisione tra la sfera della Chiesa e quella dello Stato ma comporta piuttosto una distinzione dinamica che prevede spazi di esclusività ma che,d'altro canto, considera la religione componente e ricchezza del discorso pubblico–, sono disposti a rimettere in discussione le loro categorie politiche guardando alla nuova complessità del mondo.

Si potrebbe anche affermare, perciò, che quanti si diedero appuntamento a Norcia per la prima volta dieci anni fa sposavano – e continuano ancor oggi a sostenere –un'impostazione più anglosassone che continentale del rapporto tra religione e politica, ritenendo che la fede sia una componente imprescindibile della prima ma non uno spartiacque della seconda. Per questo,circa dieci anni fa, ebbero orecchie attente all'appello di ascendenza pascaliana che Joseph Ratzinger formulò agli atei "a vivere come se Dio esistesse". Per questo ritennero utile e persino gradevole dar vita a "un cortile dei Gentili" in cui laici e cattolici possano provare a declinare insieme tematiche importanti, alla luce di un contesto culturale differente.

Se poi dal regno delle intenzionipassiamo a considerare come realmente queste dieci edizioni si sono svolte - cosa hanno prodotto in termini di riflessione e di sedimentazione -, dobbiamo riconoscere che i nostri incontri sono stati due cose differenti.

Molto spesso si è trattato effettivamente di un confronto – e talvolta di uno scontro – tra laici e cattolici, tra non credenti e credenti. In altri casi, invece, abbiamo assistito al tentativo congiunto di riformulare determinati concetti eopzioni culturali, cercando di andare aldilà della classica contrapposizione, tutta italiana, tra laici e cattolici. Scorrendo i differentiincontri di Norcia, ci accorgiamo che alcune edizioni possono collocarsi nella prima categoria, altre nella seconda.

Penso, per esempio, all'edizione del 2009 nella quale il Cardinale Ruini e Aldo Schiavone si confrontarono sul tema della questione antropologica o al dibattito tra Gotti Tedeschi e Pellicani, l'anno successivo, sul rapporto tra cattolicesimo e capitalismo. In questi casi, ci fu effettivamente uno scontro tra posizioni diverse, che non trovò composizione.

Ci sono state altre edizioni, invece, dalla rilettura delle quali emerge lo sforzo di ridefinire delle categorie al fine di superare una contrapposizione obbligatoria e giungere a considerazioni convergenti. Mi riferisco, in questo caso, alla riflessione sulla categoria di spazio pubblico in rapporto alla laicità, di cui abbiamo discusso nel 2006, ma anche al confronto tra i professori Israel e D'Agostino sui limiti della scienza, che, in fondo, vide una arricchente giustapposizione di posizioni. Sono solo degli esempi, che potrebbero moltiplicarsi.

Al di là dei singoli temi, però, vi sono quesiti più generali che non possiamo fare a meno di porci: i dieci anni trascorsi, le traiettorie assunte dalla politica mondiale giustificano lo sforzo di riflessione fin qui compiuto? E dopo dieci anni è cambiato qualcosa di fondamentale che consiglia ai nostri incontri di calcare strade differenti?

Possiamo affermare che il decennio 2005-2014, quello nel corso del quale si sono svolti gli incontri diNorcia, coincide fondamentalmente con il decennio obamiano, anche se Obama è stato eletto nel 2008. Il decennio, infatti, include anche la fase calante e recriminatoria del secondo mandato di Bush: se non la si considera, èdifficile comprendere quella che al tempo sembrò una vera e propria svolta, e cioè la prima elezione di Barack Obama.

Nel campo degli equilibri internazionali, possiamo definire questo un decennio perduto. Il fallimento annunziato lo si può coglieregià nel Nobel per la pace a Obama a futura memoria: quella sciagurata decisione fu il segno di come il mondo liberal euro-americano voleva condannare il decennio precedente tutto insieme, senza un'analisi critica di ciò che andava revisionato e di ciò che, invece, andava proseguito.

Obama ha preso la guida del "mondo libero" ispirandosi alla strategia del "leading from behind", senza rendersi conto che se l'America non si mette in prima linea, quella resta vuota o vittima della sconclusionata – poiché frammentata – politica estera europea, come nel caso della guerra a Gheddafi. D'altro canto, ripercorrendo la storia recente, non si può che constatare che politiche come quella della"mano tesa" verso il Medio Oriente o la nuova gestione dei rapporti con la Russia si siano rivelate inadatte, se non addirittura dannose. E mentre il mondo si illudeva di poter scoprire nuove democrazie attraverso le Primavere arabe,nell'ombra covava la minaccia di Isis, la quintessenza dello scontro di civiltà.

Oggi con Isis abbiamo il radicalismo che si è fatto entità geografica, non più la rete evanescente di Al Qaida, ma un vero Stato, con confini in espansione, fonti energetiche proprie, un esercito e 1000 nuovi volontari al mese che giungono dall'Occidente a ingrossarne le fila. Obama ha candidamente confessato di non avere una strategia contro Isis, e continua a non averla. Per questo il califfato rischia di vincere su tutti i fronti, avendo dinnanzi un Occidente diviso e una reazione araba complice o ambigua. Il califfo può essere morto o no, ma cento altri sono pronti a prenderne il posto e noi abbiamo perso dieci anni a credere che con la morte di Bin Laden, la rimozione di Mubarak e Gheddafi, lo scontro fosse finito.

Da qui una prima amara conclusione: se all'inizio del nostro percorso si poteva constatare una frattura tra America ed Europa che si compendiava nella contrapposizionetra Marte e Venere, oggi questa frattura è molto meno avvertita, e questo non perché l'Europaabbia raggiunto l'America e nemmeno perché ci sia stato un incontro a metà strada, ma perché anche l'America oggi si trova in una situazione di confusione.

Questo sul versante strategico mondiale. A ciò si aggiunge la situazione interna dell'Europa che è divenuta più vacillante, perché da un canto questo decennio ha ancora di più chiarito che le sfide del terzo millennio, non solo quelle di ordine geopolitico, non possono risolversi all'interno dei confini degli Stati nazionali (si pensi, in modo esemplificativo, al problema dell'immigrazione); dall'altra parte nell'edificio europeo sono comparse con più chiarezza crepe e fratture che ne minano la solidità interna.
In primo luogo, si è evidenziata nelle strategie dei principali attori politici, sia singoli sia collettivi, qualcosa che non riesce a essere ricompresa nel seno delle grandi famiglie politiche e neppure nella tradizionale frattura tra destra e sinistra. Qualcosa che concede valenza politica alla distinzione tra Europa baltica ed Europa mediterranea.

Questa distinzione ha una sua ricaduta scontata nell'ambitodella politica economica, perché si riflettenel diverso modo con il quale queste due aree si confrontano con la crisi del debito pubblico, la quale rappresenta oggi non "un" problema ma "il" problema dell'Europa.

Da quest'ambito, però, la frattura si trasferisce anche a quello culturale, mettendo in discussione l'originaria ricerca di una sintesi tra un'Europa a "democrazia fredda" che ha al centro la nozione di Stato di diritto fino al punto di rischiare di perdere il suo contatto con la centralità della persona, e un'Europa a "democrazia calda" fondata invece sulla persona e sulle sue reti di connessioni più o meno onorabili (per parafrasare Burke), fino al punto di correre il rischio di disperdere la necessaria priorità dello Stato e in particolare dello Stato di diritto. E la scollatura rischia persino di essere alimentata dal precipitato culturale del dato religioso che fin quiinvece non aveva mai avuto grande peso, sottolineando i differenti riflessi civili di un'area europea nella quale il protestantesimo inclina al calvinismo e di un'altranella quale il cattolicesimo rischia di rappresentare l'avamposto del relativismo.

In questo contesto di rinnovata complessità, non mi sembra che le sfide valoriali sulle quali ci s'interrogava dieci anni fa abbiano smarrito la loro attualità. Penso non soltanto ai temi più strettamente connessi alla vitacolta in tutte le sue fasi che oggi, ancor più di allora, sono entrati di diritto nell'agenda della politica. Penso anche a temi come la libertà religiosa, la famiglia, l'educazione, la liberazione dalle moderne forme della schiavitù.

Questo porta con sé la necessità che la riflessione sulla componente identitaria della cittadinanza europea non sia messa in soffitta né relegata nell'ambito dell'archeologia culturale.

A me pare, infatti, che le sfide connesse con la crescente complessità e pericolosità del mondo necessitino, oggi ancor più che dieci anni fa, che l'Europa si doti di radici forti e di identità chiare. In tal senso, le distanze tra le due proposte identitarie che da tempo si confrontano nel Vecchio Continente, non sembra si siano accorciate: da una partevi sono ancora quanti vorrebbero valorizzare "l'origine" e non dimenticare la storia come base per la comprensione della modernità e la correlata impostazione delle riforme necessarie ad affrontarla; dall'altra, invece, si assiste al tentativo di costruire una nuova identità fondandola sui diritti anziché sulla storia, presumendo che un'Europa fucina di tutti i diritti possa consentiredi superare tradizioni, specificità, "egoismi" nazionali. Questa frattura, nel corso del decennio in questione, non si è chiusa ed essa è alla base della crescente divaricazione tra la nozione di persona e quella di individuo: la prima ha a che fare con una comunità cheè anche il portato di una sedimentazione storica; la seconda si relaziona molto di più con diritti che generano altri diritti e che progressivamente annullano il passato.

Il quadro di crisi esterna e interna che il Vecchio Continente si trova ad affrontare, iocredo imponga il tentativo di ricomporre questa divaricazione in un quadro unitario.Piuttosto che provare a sviluppare lungo questa linea di faglia la nuova scissione tra destra e sinistra (che, al più, può derivarsi come seguito di un processo di ricomposizione) si tratta di comprendere se da questa ricomposizione generi un nuovo umanesimo condiviso all'insegna del pensiero forte, che poi possa trovare declinazioni differenti.

Il tentativo sviluppato nell'ultima edizione di Norcia - una riflessione comune con ambienti provenienti dal marxismo che condividono la medesima preoccupazione per una progressivaevaporizzazione del pensiero politico in ambito europeo -, va dunque proseguito e approfondito, magari trovando ancora altri e nuovi interlocutori.

Tutte queste ragioni ci spingono a considerare ancora significativo incontrarci qui a Norcia. Forse oggi gli incontri di Norcia risultano esseremeno eretici, perché i "laici furiosi" sono stati sconfitti e la battaglia per un nuovo concetto di laicità è stata sostanzialmente vinta. Questa vittoria culturale,però, piuttosto che essere qualcosa di cui compiacersi, deve essere un elemento da sfruttare per poter allargare il territorio delconfronto e, soprattutto, per andare ancora più in profondità.

Questo è l'augurio per il prossimo decennio. Ringrazio tutti gli amici che sono qui oggi per celebrare i dieci anni trascorsi ma, soprattutto, per iniziare a scrivere quelli che verranno.

(Relazione introduttiva del presidente di Fondazione Magna Carta agli Incontri di Norcia 2014)