Gaetano Quagliariello

Idee

Testamento biologico, la mia dichiarazione di voto in Senato

Signor Presidente, colleghi senatori, quasi nove anni fa ci trovavamo su questi stessi scranni per approvare una legge voluta, elaborata, meditata e votata da molti di noi che oggi si trovano su una posizione avversa. Quella legge, purtroppo bloccata in dirittura d'arrivo, introduceva nel nostro ordinamento le dichiarazioni anticipate di trattamento, disciplinava il consenso informato, contrastava l'accanimento terapeutico, avendo cura di fissare alcuni capisaldi: che non si potessero ricostruire ex post le volontà di una persona affidandosi a labili tracce, arrogandosi di fatto il diritto di stabilire che vi siano vite degne di essere vissute e vite che non lo siano; che restasse uno spiraglio aperto, sempre, per l'alleanza terapeutica tra medico e paziente, per impedire che a fronte di mutate condizioni una persona possa restare vincolata a scelte precedenti in nome di una pretesa deterministica che vorrebbe imporre piani quinquennali sul corpo umano; che, infine, l'idratazione e l'alimentazione non fossero considerate terapie.

Una terapia è infatti tale se cura una patologia e io vorrei sapere da voi, colleghi, quali sono le malattie che vengono curate attraverso idratazione e alimentazione. Vorrei sapere se un paziente al quale viene sospesa la somministrazione di acqua e cibo muore per effetto della sua patologia o muore di fame e di sete. (Commenti del senatore Manconi). Non credo possano esserci dubbi in proposito.

Ho voluto rievocare quella giornata di quasi nove anni fa non per il gusto dell'amarcord, ma per sgomberare subito il campo da quella che, per rifarci a un termine molto in voga in questo periodo, è a tutti gli effetti una fake news. Si è detto, infatti, che noi saremmo contrari a qualsiasi legge che consenta a una persona di esprimere pro futuro la propria volontà sui trattamenti terapeutici da ricevere in caso di incapacità di intendere e di volere. Signor Presidente, non è così. E a fronte del rischio di una roulette giudiziaria che affidi all'orientamento ideologico delle corti la decisione sulla vita o sulla morte, non è stato più così nemmeno per tanti che in passato avevano ritenuto che su questa materia non si dovesse legiferare.Il fatto è che oggi in quest'Aula non discutiamo una legge sul testamento biologico. Quella che il Senato si accinge ad approvare è stata definita non da Quagliariello, Giovanardi, Gasparri, Rizzotti, Centinaio, Sacconi o altri, ma da personalità su posizioni diametralmente opposte, la «via italiana all'eutanasia». E la via italiana all'eutanasia avrà il nostro fermo dissenso oggi, con numeri purtroppo insufficienti, e lo avrà domani, quando un nuovo Parlamento vedrà ribaltati i rapporti di forza e una maggioranza di centrodestra metterà immediatamente riparo alle tre grandi storture di cui vi state assumendo, colleghi, la pesante responsabilità.

Tanto per cominciare, la legge in esame rende le dichiarazioni di chi scrive ora per allora sostanzialmente vincolanti. Non si tratta di indicazioni scritte per un futuro indeterminato, da affidare alla scienza e alla coscienza del proprio medico in base alle evoluzioni scientifiche, ai precetti di Ippocrate e a quell'alleanza terapeutica che sa discernere l'afflato umano del presente che sfugge misterioso alla pretesa della pianificazione, ma di disposizioni marchiate a fuoco a fronte delle quali al medico non è consentita neppure l'opzione minima dell'obiezione di coscienza.

Colleghi, al di là della caratura palesemente illiberale di una simile norma, essa sconta un riflesso ideologico che non tiene conto ad esempio di una realtà che ben conosce chiunque abbia avuto un proprio caro colpito da una malattia degenerativa. Il punto è che il decorso di queste patologie è spesso molto lungo e, quando ci si viene a trovare nello stato di incapacità di intendere e di volere, è assai probabile che le possibilità messe a disposizione della scienza medica siano molto diverse da quelle che il paziente ha potuto valutare all'atto di redigere le sue volontà. Tutto questo può essere relegato a mera sovrastruttura di cui tener solo un labilissimo conto in nome della presunzione fatale di poter determinare ogni cosa?

C'è poi un secondo aspetto di ordine pratico che può comportare implicazioni enormi. Non basterà infatti una toppa maldestramente inserita nella legge di bilancio a sanare un vulnus che apre scenari incontrollabili e imprevedibili e, a volerla vedere con ottimismo, renderà sostanzialmente inapplicabile questa legge. La registrazione, la conservazione, l'accessibilità e il trattamento dei dati sono stati infatti lasciati nel caos più assoluto e totale.

In un Paese nel quale ci si preoccupa di proteggere i cittadini dall'invadenza dei volantini nella cassetta delle lettere, non esiste la benché minima garanzia in termini di privacy sulla fine della propria esistenza. E soprattutto, dopo aver trasformato i medici in burocrati di Stato addetti all'esecuzione testamentaria, l'assenza di un registro unico nazionale delle DAT imporrà ai malcapitati operatori sanitari alle prese con pazienti in stato di incoscienza una sorta di caccia al tesoro alla ricerca delle eventuali dichiarazioni perdute.

A tutto ciò si aggiunga un dato ancor più surreale: per disporre le volontà sui trattamenti terapeutici la legge non prevede alcun colloquio con il medico che garantisca che esse siano redatte sulla base di un consenso informato, né è contemplata una verifica sul fatto che il dichiarante sia in quel momento in stato di piena coscienza. Se però, dopo aver siglato il testamento biologico in condizioni di completa anarchia, si decide di revocarlo o anche solo di modificarlo, viene imposta la presenza di un medico e di due testimoni. Non siamo all'assurdo, colleghi, siamo oltre.

Infine, veniamo all'aspetto che più di ogni altro configura questa legge come la via italiana all'eutanasia. Una buona legge sul testamento biologico dovrebbe infatti servire a consentire ai cittadini l'esercizio della libertà di cura anche in stato di incapacità e a evitare un eventuale insensato accanimento terapeutico. Orbene, questo testo non solo non impedisce affatto l'accanimento terapeutico in quanto è fondato sull'autodeterminazione assoluta a scapito anche del ruolo del medico, ma si spinge ben al di là dei confini della libertà di cura, consentendo la pratica eutanasica della sospensione di idratazione e alimentazione. E, come già detto, privando una persona di idratazione e alimentazione non la si lascia morire della propria malattia, ma la si induce alla morte per fame e per sete.

A questa deriva non sfuggono nemmeno i minori: il combinato disposto tra ambiguità e rigidità normative apre la strada a dieci, cento casi Charlie Gard anche nel nostro Paese.

Mi avvio a concludere, signor Presidente. Le storture di questa legge discendono da un errore di fondo, che contrasta con il liberalismo e con il senso comune delle persone prima ancora che con princìpi di ordine etico e religioso. L'errore è la presunzione fatale di poter decidere che vi siano vite non degne di essere vissute, e di poter determinare quando siano degne e quando siano indegne. E il punto è che questo errore non è meno grave quando si ha a che fare con la propria stessa vita.

Indipendentemente dalla dimensione della fede, nessuna persona che creda davvero nella libertà può pensare di conoscere il futuro prima di averlo sperimentato. Nessuno sa cosa sia la morte di un genitore prima di aver subito questa perdita; nessuno sa cosa sia la nascita di un figlio prima di aver attraversato questa gioia. Allo stesso modo, nessuno può sapere cosa vivrà alla fine della propria esistenza. È l'essenza del mistero - se lo si preferisce, laicamente, della meraviglia della vita - che non vieta di formulare indicazioni, ma dovrebbe sconsigliare l'idea di ingabbiare con disposizioni apodittiche un futuro che è e deve restare aperto, non solo per i credenti, ma per tutti gli uomini liberi.

Per queste ragioni, annuncio il voto contrario del Gruppo Federazione della Libertà.